Letteratura

 

Situata tra la Puglia e la Campania, la Basilicata ha avuto, nel corso dei secoli, un profilo storico tormentato.

Essa ha conosciuto varie dominazioni, ciascuna delle quali ha lasciato tracce di sé, soprattutto sotto il profilo architettonico, artistico e letterario. Con Orazio la letteratura lucana aveva raggiunto, nell’età imperiale romana, un posto privilegiato, che era oscurato, pero’, dall’insorgere delle preoccupazioni quotidiane legate alla calamità dei tempi e all’insolvenza degli istituti politici.

Unica forza di coesione morale era il cristianesimo. Come in altre regioni italiane, la diffusione del Cristianesimo ha dato luogo in Lucania alla stesura di agiografie e di pie leggende. Il nuovo culto ebbe modo di affermarsi abbastanza rapidamente. Per cogliere un più vivace impegno culturale, bisogna però attendere il regno di Federico II, che segna l’apogeo della casa Sveva e costituisce una svolta, in termini di qualità e di creatività, rispetto alla cultura precedente.Da un lato l’attività speculativa su base scientifica (e qui è evidente l’influenza araba) come quella già praticata negli studi di medicina, in particolare a Melfi e Matera o quella di Alano da Matera, che tenne nella sua città una scuola di astronomia con annesso osservatorio, per poi trasferirsi a Napoli e a Parigi; dall’altro un fervore giuridico e umanistico, com’è ravvisabbile nella scuola di diritto di Pietro da Venosa a Melfi, che è un po’ la spia di quell’impegno giurisprudenziale e legislativo attorno all’imperatore. E’ un momento in cui si avverte circolare una cultura laica, promossa, oltre che della tolleranza federiciana in materia religiosa, anche da quei funzionari della Magna Curia, che seguivano l’imperatore nei vari spostamenti.

L’umanesimo Lucano, invece, benchè si sviluppi in area periferica e con l’assenza di un vero centro politico-amministrativo, da’ tuttavia prove di discreta vitalità. Scenario di questa latenza culturale, dopo l’attenuarsi dell’indirizzo laico, che contraddistinse l’epoca federiciana, è l’ambiente vescovile o monasteriale le cui biblioteche, pur se modeste, rappresentano uno stimolo per l’attività intellettuale. Ma è solo nel ‘500 che la letteratura lucana compie l’atteso salto di qualità con Isabella Morra. Con Morra la letteratura lucana diventa adulta per spessore poetico, tematico e per l’uso d’una lingua sostanzialmente umanistica, sebbene si avvertano, in lei, residui prestiti culturali. Un esame del cinquecento lucano, del quale si vogliano isolare le principali tendenze, non può prescindere dal permanere dell’attrazione umanistica, sentita peraltro come forma di sicurezza nella tradizione, né dal solalizio col Petrarca. Interpertri dell’epigonismo umanistico possono dirsi Antonio Caracciolo, che rappresentò il dissidio fra religione e mondanità.

Un esame del Seicento Lucano non sembra proporre nomi di peso, forse perché su tale periodo ci sono notizie frammentarie. Frattanto comincia l’attività della stampa, come si può desumere dall’esistenza di una tipografia a Melfi. Di positivo si ravvisa ancora l’inclinazione per il genere teatrale. Nel ‘700 la cultura lucana assume contorni decisamente progressisti. Si sviluppa a grandi linee la poesia dialettale, per lo più orale, grazie a Gran Lorenzo Cardone. Ben più importanza ha la cultura dell’800 e ‘900. Gran parte della poesia lucana della prima metà dell’800 attinge i motivi ispiratori agli ideali in cui ripercorre il tema - alluso o velato – della patria da redimere. Nella folta cerchia dei letterati e allo stesso tempo patrioti vengono in mente i nomi di Domenico Di Giura e Luigi La Vista.

A lato della produzione lirica in lingua, quella in dialetto non si separa, per argomenti, dal filone popolare, tadizionalmente orale. Se nella prima metà dell’800 si sviluppa una letteratura dominata soprattutto da presenze maschili, nella seconda metà dell’800 s’infoltisce la presenza delle poetesse lucane. Poetessa precocissima fu la potentina Laura Battista, dove il tema principale della sua poesia è il risorgimento lucano. Rispetto alla poesia, la narrativa dell’800 in Basilicata assimila le problematiche del tempo in meccanismi che riescono a stabilire contatti non esclusivi con la realtà sociale. Intanto la Basilicata comincia ad entrare, con ambienti, atmosfere e personaggi propri, come soggetto e oggetto di storia in romanzi e novelle.

Nel XX sec. la Basilicata si presenta pienamente inserita nella cultura nazionale, apportandovi significative testimonianze con la poesia, la narrativa, la storiografia ed anche il dialetto. A ciò ha certamente contribuito Carlo Levi con Cristo si è fermato ad Eboli, che ha concorso a riproporre con alta incisività l’immagine di una terra a torto ritenuta negletta. Alla sfera del pensiero critico vanno collegati moltissimi studiosi che, necessariamente, hanno dovuto esercitare la loro attività fuori della Basilicata. La poesia lucana del ‘900 si alimenta con voci autorevoli come quelle di Scotellaro, Sinisgalli e Pierro.

La triade Scotellaro, Sinisgalli, Pierro non esurisce la disponibilità dei lucani alla creatività poetica. Da qualche decennio si è venuta infittendo una pattuglia di giovani lirici i quali, con la loro attività, consentono di apprestare un quadro alquanto nitido dei loro orientamenti tematici ed ideologici, delle loro tematiche compositive e della capacità di essere nel vivo della realtà regionale.

Tuttavia la letteratura lucana è caratterizzata da una cultura – quella albanese – che ha avuto in Basilicata, e relativamente ad alcune località, autonomo svolgimento. Ne è lecito, dunque, ricordare Bronzini.