DON PANGRAZIO

 

LA SUA OPERA

Prima di dare inizio alla Pia Opera, don Pancrazio volle fare un viaggio: si diresse a Torino per visitare la grandiosa opera del Cottolengo. Quanti, quanti poveri! C'erano storpi, sciancati, ciechi, epilettici, sordomuti, ricoverati dell'uno e dell'altro sesso e di ogni categoria sociale; c'erano anche dei mostri. Fu come trovarmi a visitare una autentica città dei poveri; era una città entro la città: la città dei derelitti del Cottolengo entro la città dell'eleganza e della raffinatezza quale, appunto, è Torino. Le due città, come in genere il mondo dei poveri e quello dei ricchi, erano e sono in contrasto. Non è da meravigliarsi: il mondo è sempre stato così, e, invecchiando, peggiora. Anche ai nostri giorni c'è chi vive nella ricchezza e sono interi popoli all'avanguardia del progresso economico e sociale: inglesi, americani, scandinavi e chi, si pensi alle zone sottosviluppate, vive nella più squallida miseria. I primi, cosiddetti ad altissimo tenore di vita, affrontano con serenità i loro problemi di spese voluttuarie, mentre i secondi, tra stenti e privazioni di ogni genere, muoiono letteralmente di fame. Eppure i ricchi dovrebbero venire in soccorso dei poveri, dovrebbero preoccuparsi almeno a non farli morire di fame.

Questi, se non proprio, i pensieri che dovettero agitare la mente e i sentimenti che dovettero infiammare il cuore dell'umile sacerdote lucano, lassù, tra i poveri del Cottolengo.

Si potrebbe dire che la Pia Opera di S. Antonio è nata a Torino, nella città - ospizio di san Giuseppe Benedetto Cottolengo. A Torino il pio fondatore raccolse la prima offerta per i poverelli di Tricarico. Quindi a Tricarico don Pancrazio continua a raccogliere offerte, offerte, offerte; si fanno sottoscrizioni e si organizzano collette in paese, in Italia e all'estero; nasce il cantiere dei lavori, ed è tutto un fervore di rinascita dentro e attorno al vecchio convento di S. Antonio. La chiesa col campanile vengono restaurati e le campane, silenziose per decenni, risuonano a festa invitando la gente di Tricarico a riandare lungo l'erta di S. Antonio, nella chiesa, che, già abbandonata, ritorna ad essere casa di preghiere e di sacre liturgie. S'afferma, intanto, la confraternita, mentre i lavori continuano senza soste. Si operano lavori di sterro

figlioletto, ci sono una, due, tre ale di costruzioni per i poverelli, le orfanelle e i sacerdoti invalidi; e c'è la casa delle Discepole di Gesù Eucaristico e la chiesa alla madonna, ricordo dell'Anno Santo, con la grotta di Lourdes e la chiesa del pellegrino, ultima delle opere non potuta portare a termine a causa del male inesorabile che venne a minare la sua potente fibra. Segnati, figlio, col segno della croce e pregalo, pregalo, don Pancrazio, ora che gode il premio dei giusti, affinché guida e protegga dall'alto la nostra città.

Devo ricordare un particolare assai toccante. Faceva don Pancrazio, l'abituale giro, nel paese, della questua frumentaria. Ad un certo momento, al cantone della salita Cavalieri, gli appare una scena raccapricciante. Disteso per terra, lurido e sporco, giace un pover'uomo; sta male, il respiro è grave e affannoso, sembra che debba morire da un momento all'altro. Don Pancrazio chiede ai presenti un catino con dell'acqua; si piega, nonostante ciò gli costi gran fatica, e sciacqua alla meglio il derelitto; Io fa quindi caricare su di una bestia da soma e condurre all'ospizio. Qui le cure delle pie suore sono complete; ripulito e vestito a nuovo, il povero viene disteso sul bianco letto e dopo qualche ora di agonia, confortato dal sacro viatico, spira l'anima a Dio. Mai come in quell'ora stupenda don Pancrazio dovette sentirsi vibrare nell'animo le parole di Cristo che aveva fatto riportare sulle cartoline ricordo: ciò che fate ai poverelli lo riterrò come fatto a me stesso. Io penso che quel giorno, nell'ora in cui il poveretto, contornato da anime consacrate, moriva in pace nella casa della carità, i volti degli angeli, dei santi e di tutta la corte celeste erano rivolti su Tricarico benedetta. Niuno ama la patria I perché sia grande, / ma perché è sua, scriveva Seneca a Lucilio. Vorrà scusarmi il cortese lettore se io, in considerazione delle opere prodigiose del sac. Pancrazio Toscano e di quelle altrettanto apostoliche del vescovo Raffaello Delle Nocche, nonché di quelle politico-letterarie di Rocco Scotellaro, in Tricarico, modifichi a mio piacimento questa espressione e così chiuda il mio dire: amo la patria perché è mia e massimamente perché è grande.