ALLE STELLE

BIOGRAFIA

O vaghe stelle, o vereconde figlie

Della tacita notte! Inclite, arcane

Danzatrici del ciel melodiose,

a cui l’arpe d’amor temprano e gl’inni

d’Urania i cori nel Empiro! A voi

dei giardini di Dio tremoli fiori,

onde tutte s’imperla e s’incorona

la gran mole del mondo; a voi pietose

spettatrici del lungo umano pianto,

al cui divo sorriso avida attinge

questa misera mente pellegrina

di speranze restauro, e del dolore,

che redò dalla colpa, il caro oblio

sente, e tutta in amar si riconforta;

or che nube ferale il volto infosca

della trepida terra, e questo core,

d’affanni desolato e di paure,

per l’atra umana notte ansio si avvolge;

a voi della beltà simboli eterni,

luci raggianti dell’eterna idea,

voli di speme un inno, or l’inno mio-

e se perenne è il rotear dei vostri

crini fiammanti, e l’inclita melode

giammai non queta delle sante corde,

che Iddio v’impresse, un eco armoniosa

e suoni al mondo d’immortal dolcezza.-

Dall’ombre emersa della notte antica

Era la terra, e delle nuove rose

I calici odorati aprian su ‘colli

Onda di luce e di profumi; ai cieli

Mutuava di amore i primi amplessi

La giovin terra, e mute erano, o stelle,

della vostra beltà le radiose

alme pupille; circonfusi ancora

erano i regni delle sfere, e trepidi

flussi eterei di luce ivan disciolti

con volubili ellissi fiammeggiando

pei sereni dell’aria: allor che al fonte

di vaga Iri dipinti, i giacentini

armoniosi vezzi Iddio compose

delle vostre corone – E poi che in nodi

strinse l’irrequieta onda raggiante

delle treccie diffuse, innamorate,

ne’ riflessi del ciel notaste il lampo

di vostre inclite fronti, e la superba

danza vocale carolando apriste –

A quel guardo insueta, i bei color

Lene smarria la luce, in nebulose

Pallide zone si convolse, e trepida

Ammirando sì stè : gli error fluenti

Corrugò del suo manto, e ne’ tesori

Della vostra beltade immuta ecclissi,

del suo folgore immemore, disparve.

Allor su la recente alba del mondo

Le nuove creature a voi bandiro

Feste da quelle floride pendici,

cui degli angeli il riso ancor beava.

E il primo sguardo a voi, dalle odorose

Chiostre esulando del perduto Edenne,

volse la madre antica, e nel corrusco

lume di vostre tremole pupille

lesse il suo fato: e su l’umane ciglia

corse la prima lagrima, ai venturi

figli preludio di un eterno pianto! –

Oh! Tornar potess’io sovra i fioriti

Margini della culla, allor che (a immago

Di stillante madrepora, sorrisa

Da celeste rugiada in sul mattino,

che il sen d’amore le feconda, e tutta

Turge di perle la materna conca)

Dai casti veli dell’infanzia il core

Fanciulletto s’ischiude, e di speranze

Avido beve araggio innamorato

Di fuggevoli e cari ozi conforto!

Oh quante fiate allor tra le fogliose

Canne del patrio lago, e su le fresche

Rive smaltate del ruscello errante

Mi traea solitario in su la sera;

e pendulo guatava in muta ebbrezza

l’onda vagar di vostr’eteree chiome

su’riflessi dell’acque! E tremolanti

parean serti di perle allor di mano

agli angeli caduti entro il fervore

de’ tripudi immortali! E in quella dolce

illusion rapito io mi beava;

E quei tesori accorre, e farne al crine

Molli ghirlande mi prendea vaghezza

E con man pargoletta io, dalla riva

Turbinando quell’acque, avidamente

Rapir tentai que trepidi splendori,

che a me deluso si fuggiano, e madida,

sol di flutto stillante, io la ritrassi! –

[…]