STORIA GRASSANESE
Dalla prima metà del secolo XVIII fino ai primi decenni del XIX, Grassano
fu feudo del duca della Salandra, appartenente alla famiglia dei Revertera.
Il duca esercitava una specie di potere di tipo monarchico e amministrava
la giustizia nel suo palazzo di Grassano per mezzo del notaio Domenico Mattia.
Come tutti i feudatari, cercò, sfruttando il lavoro dei suoi servi
e dei contadini, di ricavare dalla terra tutto quanto gli serviva. Impo-neva
le tasse, esigeva gli utili di ciò che gli apparteneva, non esclu-si
quelli del forno pubblico. Il suo palazzo signorile fu costrui-to nel 1775.
Sul portale in pietra spicca lo stemma ducale, sul quale campeggiano due
tori con le corna, simbolo dell'uomo possente. Il duca vi dimorava maggiormente
d'inverno, per le battute di caccia ai cinghiali. Una torretta, ancora oggi
visibile nella Vigna del duca, serviva per avvistarli. Del feudo del duca
della Salandra facevano pure parte i comuni di Garaguso, Calciano, Tricarico
e Miglionico. In quest'ultimo, in seguito ai moti rivoluzionari scoppiati
a Napoli ad opera di Masaniello, nel luglio del 1647 la popolazione insorse
contro il duca, che richiedeva la riscossione delle tasse, e lo chiuse
prigioniero in un convento. Il feudo fu venduto nel 1544 da Margaritone Loffredo
a Francesco Revertera per 12.000 ducati. Durante il periodo delle lotte tra
repubblicani e sanfedisti, il duca della Salandra, in qualità di tenente
generale, ebbe come coa-diutore il colonnello Francesco Carbone che, al servizio
dei Borbo-ni, ricoprì un ruolo molto importante nell'animare il cardinale
Ruf-fo a reclutare giovani contro la Repubblica partenopea. Molte an-gliene
e soprusi del feudatario furono soppressi sotto il breve regno di Gioacchino
Murat.
Il Ministero degli Interni, infatti, suggerì all'Intendente di Basilicata
di far capire al Comune di Tricarico che i contadini non erano niente affatto
tenuti a pagare al duca una soma di paglia per ogni animale da loro posseduto.
Dei Revertera era anche il palazzo Loguercio, acquistato successivamente
dall'avv. Luigi Materi, padre dell'on. Francesco Paolo. Aboliti i feudi con
la sentenza del 18 gennaio 1810, il duca perdette tutti i beni. Ma, ritornati
i Borboni, li riebbe con l'annullamento della stessa sentenza da parte della
Corte d'Appello di Napoli. Il 19 ottobre 1836 furono messi all'asta alcuni
beni espropriati al duca Domenico pubblico per richiamare l'attenzione sulla
vendita di detti beni.
Il governo borbonico, vistosi minacciato nella sua sovranità dal-lo
strapotere dei feudatari, cercò di favorire le comunità. Una
annosa vertenza fu dibattuta dal 1819 al 1847 tra i duchi della Salandra
e il Comune di Calciano, che rivendicava il possesso delle sue terre, i cui
confini erano stati definiti dal Princi-pe di Bisignano fin dal 1475. Le
terre rivendicate erano le difese Serre e Vignali, ritenute demaniali e soggette
agli usi civili dei Calcianesi.
Il 7 aprile 1857 il Consiglio di Intendenza di Potenza poneva fine alla vertenza,
emettendo la sentenza con cui il duca della Sa-landra cedeva i due fondi
prima citati al Comune di Calciano, in cambio della difesa Parata.